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L'intervista

"Aldo Moro, o la fine della Repubblica"

Andrea Purgatori al festival delle Resistenze con le domande aperte sul caso. "Usa e Urss ostili, chi fermò la trattativa? Da allora Italia debole". Ustica, web e media.
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salto.bz: Andrea Purgatori – giornalista di lungo corso, inviato di guerra e del Corriere della Sera per la strage di Ustica (vicenda che ispirò il film il “Muro di gomma”), oggi conduttore televisivo di Atlantide su La7 –, lei chiuderà mercoledì 25 aprile alle 21 il festival delle Resistenze contemporanee in piazza Matteotti a Bolzano parlando del caso Moro, a 40 anni dall’omicidio dello statista. E soprattutto si soffermerà sulle “domande ancora prive di risposta”. Quali sono?

Purgatori risponde nei giorni di riprese (“Giro di notte e mi riposo di giorno”, racconta) di una delle prossime puntate di Atlantide, quella di mercoledì su Emanuela Orlandi, altra vicenda saliente dei cosiddetti “misteri italiani” che tocca Vaticano, Ior, Marcinkus, banda della Magliana, mafia e finanziamenti a Solidarnosc in chiave anticomunista in Polonia. “Ci sono delle novità” annuncia.

Andrea Purgatori: sono passati 40 anni e questa è una vicenda secondo me ancora aperta non solo dal punto di vista giudiziario, perché non sappiamo esattamente tutto, ma anche dal punto di vista storico. Ci sono alcuni passaggi che non sono chiari, dove si può intuire quello che è successo ma su cui non abbiamo gli elementi. Per dire ad esempio perché si fermò la trattativa, che sembrava dovesse andare in porto, a poche ore dall’uccisione di Aldo Moro. Che cosa ha fatto precipitare tutto? Non lo riusciamo a capire.

Allude al tentativo condotto da Craxi e dalla sua area politica?

Ai socialisti, sì. Erano riusciti a trovare un possibile formula che consisteva nella grazia che il presidente della Repubblica Leone avrebbe dovuto firmare per detenuti del terrorismo rosso che non si erano resi responsabili di atti di sangue per motivi umanitari e questa grazia avrebbe dovuto aprire la porta alla liberazione di Moro. Il documento era pronto, anche la Democrazia cristiana doveva fare il proprio pronunciamento, poi ad un certo punto tutto è saltato e non si capisce come, chi e perché.

Si è detto di tutto sulle influenze esterne per il rapimento e il delitto: l’ostilità di Usa e Urss al compromesso storico Dc-Pci di cui Moro era promotore, le minacce di Kissinger nei suoi confronti nel viaggio negli Stati Uniti, il coinvolgimento di servizi segreti di diversi Paesi. Cosa si può dire senza lasciare il campo a complottismo e dietrologie?

Il progetto politico di Moro dava fastidio sia agli Stati Uniti che all’Unione sovietica, su questo non c’è dubbio, per motivi opposti naturalmente. L’Italia era territorio di frontiera e passava qui il confine tra i due blocchi perché c’erano il Partito comunista e la forza di centro, la Democrazia cristiana, più importanti dell’Occidente e l’idea che si mettessero insieme in piena Guerra fredda non piaceva né a Washington né a Mosca. Ma nei 55 giorni del sequestro sono intervenute più mani. Penso all’Olp di Arafat, e ci sono tracce di interesse di Israele e della Germania est. Si sono mosse un sacco di entità, nazionali, con interessi di tipo diverso. Moro non aveva solo un ruolo nella politica italiana, era anche un referente della politica nel Mediterraneo, un interlocutore per arabi e palestinesi e questo non piaceva a Usa e Israele. Il presidente della Dc concentrava su di sè una serie di amicizie ma anche di inimicizie molto potenti.

Nelle inchieste sulle stragi in Italia – si è parlato della cosiddetta strategia della tensione – sono emersi interrogativi sull'efficacia delle forze di sicurezza nella prevenzione del terrorismo di matrice rossa e nera. Si può pensare che non sia stato fatto tutto il possibile contro i brigatisti, per intervenire prima o durante il rapimento Moro?

C’è una grossa responsabilità da parte del Partito comunista nell’aver sottovalutato o rimosso il percorso della lotta armata fino all’omicidio del procuratore di Genova Coco che è il primo atto di sangue delle Br. Prima il Pc tendeva a considerarli le “cosiddette” Brigate rosse, “provocatori”, c’era il tentativo di rimuovere una presenza che cresceva dal punto di vista numerico e del consenso nelle fabbriche e nelle università. E poi naturalmente un altro dubbio che abbiamo è che non sappiamo fino a che punti alcuni esponenti delle Br erano in contatto con servizi segreti stranieri. Che questi contatti ci siano stati non c’è dubbio, ma fino a che punto e qual era la loro qualità? Non lo abbiamo capito. Non sappiamo se alcune cose che hanno fatto le hanno fatte su ordine di qualcuno. La gran parte dei brigatisti tende a rimuovere questa possibilità.

Ha fatto discutere per le due puntate speciali di Atlantide sul delitto Moro lo spazio dato ai brigatisti coinvolti, Mario Moretti, Raffaele Fiore, Valerio Morucci e Prospero Gallinari, che parlano senza contraddittorio in interviste di repertorio tratte da un documentario francese di diversi anni fa. Rifarebbe lo stesso tornando indietro?

Ho fatto una scelta, non è stata una svista. Intanto non ho raccontato solo il sequestro Moro ma i dieci anni prima, dal ’68 al ’78 con tutta la nascita delle Br e della lotta armata e poi il rapimento. Io sono dell’idea che le cose che i brigatisti dicevano per le parole e il tono che usavano erano un suicidio che non avevano bisogno del mio intervento per dire “siete degli assassini”. È uscito fuori il loro gelo per quello che hanno fatto, per le vite che hanno spezzato. C’era bisogno di ascoltarli. Tu non puoi fare una ricostruzione di dieci anni di quel periodo per capire che cosa ha significato arrivare alla strage di via Fani e al sequestro senza sentirli. Piaccia o no sono stati protagonisti, in negativo, di quella stagione.

Al festival delle Resistenze dirà anche perché secondo lei l’omicidio “ha cambiato l’identità dell’Italia”. Il Paese è stato più debole dall’uccisione di Moro in poi?

Sì. Secondo me la fine della Repubblica è stata la morte di Moro, non Tangentopoli. Con la sua morte, con la fine di quel progetto è finita l’idea che questo Paese potesse crescere al di là della contrapposizione e con una classe politica di alto livello. L’uccisione spacca al suo interno i partiti, spacca la possibilità di trovare una formula di condivisione politica per far crescere il Paese e le conseguenze le stiamo pagando ancora oggi. Se pensiamo a quella classe politica e a quella di oggi la differenza è abissale. Nella qualità, progettualità, nel modo di avere una visione dell’Italia.

Passando all’attualità, lei è stato a lungo inviato di guerra, come legge i venti di guerra in Siria e il ruolo italiano?

L’Italia è debole ma è debole anche l’Europa. Quello che sta succedendo in Medio Oriente è una bomba a orologeria per la pace del mondo, risultato delle mosse degli Stati Uniti che hanno lasciato un buco in cui si è infilato Putin. Un pragmatico che ha capito che poteva acquisire potere in quella zona del mondo. Trump ha ribaltato le alleanze costruite prima, prima di tutti quella con l’Iran che è l’unico Paese dell’area che si deve mettere al tavolo se si vuole una soluzione pacifica. Si è messo mani e piedi con Israele e Arabia Saudita ed è chiaro che in questo modo sono saltati gli equilibri. Già prima con l’Isis, che è una responsabilità totalmente americana, abbiamo visto quello che è successo che cosa ci è voluto per venirne a capo. Adesso c’è lo scenario in Siria, un prodotto della superficialità con cui gli Usa gestiscono da decenni la situazione in Medio Oriente.

E riguardo all’attacco con i gas, che a seconda delle parti in causa è stato letto come il giusto motivo o il pretesto per l’operazione bellica occidentale contro Assad?

Sicuramente sono state usate armi chimiche, che le abbia usate il presidente siriano io voglio vedere le prove. Non ci dimentichiamo di un particolare e non lo dico perché sono pro Assad, lo considero un macellaio e sia ben chiaro, però nel caos in Siria da tanti anni i ribelli si sono impossessati di una serie di depositi di armi dell’esercito governativo in cui erano conservate armi chimiche. Basta un bombardamento convenzionale su un sito del genere per provocare quello che è successo. Assad sarebbe così imbecille, e Putin che lo sostiene con lui, da usare armi chimiche quando tutto il mondo il giorno dopo lo saprebbe? Ci vorrebbe un’indagine indipendente, ma lì chi la fa? Se ci fossero effettivamente le prove per accusarlo a quel punto io penso che le iniziative debbano essere non di un Paese ma della comunità internazionale, dell’Onu. Basta con le iniziative unilaterali. Come andare con un fiammifero accesso vicino a un deposito di benzina, il rischio che il carburante esploda c’è.

Come vede la situazione del giornalismo in un'epoca di propaganda molto intensa, in virtù della sua lunga esperienza?

Il quadro italiano è atipico, perché noi non abbiamo editori puri ma editori che utilizzano l’informazione per ottenere un profitto di potere, non economico. A questi editori italiani interessa poco che l’informazione dia strumenti all’opinione pubblica per esprimere un giudizio, come è normalmente in altri Paesi. In generale dobbiamo fare i conti con questo mezzo straordinario che è la rete, che solo in apparenza ci dà la sensazione di poter sapere tutto. È saltata l’intermediazione, che consentiva di fare un lavoro critico. Chiunque è convinto che può entrare in contatto con chiunque. Oggi i giornalisti che continuano a fare un lavoro efficace vengono ammazzati, penso a Daphne Caruana Galizia e Jan Kuciak, di cui la gente si dimentica in fretta, mentre le persone continuano a pensare che attraverso la rete sanno tutto, possono tutto. È il vero grande dramma di questo momento che ha a che fare con il giornalismo perché pensiamo che accendendo il pc abbiamo una finestra per arrivare ovunque nel mondo, ma non è così. Non si fanno più inchieste, approfondimenti, è tutto molto superficiale.

È diventato molto difficile anche vivere di giornalismo.

Beh assolutamente sì. Questo è un Paese dove ci sono 35-40.000 che paradossalmente sono quelli che tengono in piedi l’informazione in Italia e nessuno si preoccupa di garantire loro un ruolo sia da un punto di vista economico che di riconoscimento.

Su Ustica, dopo le rivelazioni del marinaio Brian Sandlin sulle operazioni di guerra dalla Uss Saratoga, si può dire o no l’ultima parola?

Su Ustica è come se ormai avessimo una fotografia praticamente completa dove manca l’ultima porzione piccola, per la quale dobbiamo capire se sono stati i francesi, gli americani, i libici o tutti e tre assieme ad abbattere l’aereo. Ma, insomma, diciamo che ci sia stato un atto di guerra in tempo di pace, che quell’aereo sia stato vittima di quel segreto, di quell’operazione segreta, su questo non ci sono più dubbi. Tranne per chi deve difendere piccoli interessi personali e continua a dire che all’interno del velivolo è scoppiata una bomba. Basta vedere i rottami dell’aereo per escludere l’ipotesi.

I “misteri italiani” sono oggi più comprensibili, il tempo aiuta a chiarire il quadro?

No, purtroppo no. Il tempo non aiuta a chiarire il quadro. Il problema è che questo è un Paese che tende a non fare i conti con il passato e quindi a non chiudere mai queste pagine. Così però il Paese non cresce. Inutile dirci che siamo una democrazia compiuta, non lo siamo. Ancora non sappiamo cosa è successo a piazza Fontana. Sappiamo che è esplosa una bomba, sappiamo dei neofascisti, ma lì c’erano mani internazionali e ci sono state grosse responsabilità del nostro Stato. Se uno non fa il conto finale e non esce da queste storie tragiche assumendosi delle responsabilità, l'Italia non cresce.

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